Pagine

lunedì 9 dicembre 2013

Renzi: l'obbligo di rappresentare la sinistra

Matteo Renzi ha vinto le primarie e da questa mattina è il nuovo segretario del Partito Democratico. E vince con un largo, larghissimo margine di vantaggio rispetto agli altri due sfidanti. Parte del vecchio gruppo dirigente del PD, prima ancora dei Ds e dell’Ulivo, quello che più di diec’anni fa, da Piazza Navona, Nanni Moretti urlava non esser capace di vincere e farci vincere, rimedia una sconfitta sonora. Parte del vecchio gruppo dirigente del Pd, prima ancora dei Ds, della Margherita e dell’Ulivo, quello che più di diec’anni fa, da Piazza Navona, Nanni Moretti urlava non esser capace di vincere e farci vincere, trionfa insieme a Matteo Renzi. E’ un fatto che nell’ampia vittoria del sindaco di Firenze abbia giocato un ruolo importante anche la vecchia nomenclatura, che lo scorso anno sosteneva Bersani e che stavolta non stava solamente con Cuperlo. Il primo compito che ha Renzi, forte di una grande legittimazione popolare, sarà quello di liberarsene.
Pippo Civati non è riuscito a sfondare, nonostante la sua posizione di outsider contrario alle larghe intese. E non ce l’ha fatta, Civati, a ottenere un altro risultato: convincere l’elettorato deluso di sinistra, quello che al Pd ha sempre imputato l’eccessiva timidezza, la moderazione e il poco radicalismo, ad andare a votare per lui. Ma, considerata la mancanza di mezzi, il poco radicamento, considerato che i media, almeno in una fase iniziale, hanno semplificato verso una polarizzazione Renzi-Cuperlo del congresso, e considerato che ci siamo e si sono accorti troppo tardi che Civati, come Renzi, bucasse anche lui lo scherzo, è ugualmente un risultato importante. Un risultato che, a differenza di quello di Cuperlo, può guardare al domani con un po’ di speranza in più.
Nel vedere i dati definitivi, però, sono rimasto piuttosto sorpreso. Mi aspettavo, sinceramente, una percentuale inferiore per il vincitore ed una superiore per i due sconfitti, specie per Cuperlo. Ne ero convinto perché la base del Pd, checché se ne dica, è comunque legata ad una forte e appassionata idea di sinistra, idea cui, per storia personale e percorsi intrapresi, Renzi non è proprio vicino. E quindi, incuriosito, sono andato a guardare i dati regione per regione. Le percentuali più alte, le uniche sopra il 70%, sopra la media nazionale, Renzi le prende in Toscana(78%), Umbria(75%) ed Emilia Romagna(71%), le tre regioni rosse per eccellenza.Difficile pensare che a Livorno, Modena o Bologna siano d’improvviso diventati democristiani o abbiano d’improvviso cominciato a guardare con simpatia a David Serra e alle ricette di Pietro Ichino. Probabilmente il punto è un altro. Da queste primarie emerge con chiarezza la necessità di un cambiamento radicale, la volontà di un popolo di vincere, finalmente e bene, le elezioni. E più di tutti, Matteo Renzi, aiutato in parte dai media e vari gruppi editoriali e in parte dalle sue formidabili doti comunicative, ha saputo convincere di riuscire a realizzare questi obiettivi. Ma, nonostante la sua vittoria, la pancia ed il cuore di questo partito, in una parte considerevole, continua a pensare che Blair sia un modello sbagliato cui ispirarsi, che la crisi dei mercati finanziari è frutto di un modello culturale prima ancora che economico cui dovremmo guardare con distanza e preoccupazione, che la meritocrazia senza uguaglianza non serve a niente e che i partiti sono concepiti per essere dei collettivi dove non prevalga mai la logica dell’uomo solo al comando.
Insomma, chi dice che con ieri la sinistra è finita si sbaglia di grosso. E’vero, in questi anni, la cialtroneria di molti dirigenti l’ha rappresentata malissimo ed è vero pure che Renzi non è, allo stato delle cose, l’uomo ideale per farlo, ma ha l’obbligo, non soltanto di provarci, ma anche di riuscirci. Che mi faccia ricredere.

Nessun commento:

Posta un commento