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venerdì 13 dicembre 2013

Non sta succedendo qui, ma sta succedendo ora!

Una straordinaria campagna di Amnesty International che è un grido contro l'indifferenza e l'individualismo della società contemporanea. Ci ricorda che certe realtà e certi avvenimenti, sebbene li si consideri lontani, fanno comunque parte del mondo in cui vediamo. Non sta succedendo qui, ma sta succedendo ora!
Ne riporto, diffusamente, qualche immagine:

mercoledì 11 dicembre 2013

L'Uruguay legalizza e l'Italia fa il gioco della mafia

Stamattina il senato dell’Uruguay, con i voti del Fronte Ampio (la coalizione a sostegno del Presidente Josè Mujica), ha approvato il progetto di legge che introduce il monopolio statale della produzione, distribuzione e vendita delle droghe leggere. E con grande soddisfazione Mujica ha chiarito che l’obiettivo di questa riforma non è quello di far diventare l’Uruguay il paese del fumo libero, bensì di tentare un esperimento per riuscire a strappare un importantissimo mercato ai narcotrafficanti. Insomma, una vera avanguardia. Prevedendosi, peraltro, miliardi e miliardi di dollari sottratti alla criminalità organizzata.
Stamattina leggendo questa notizia pensavo, benché Mujica abbia dimostrato di essere un presidente straordinario, amatissimo dal suo popolo, noto per le sue campagne basate sulla moralità, per il rifiuto della ricchezza e per l’attenzione verso le classi sociali più povere, a quanto il nostro paese sia distante anni luce da una svolta del genere.
E l’Italia è, sotto quest’aspetto, un paese molto simile all’Uruguay o agli altri del Sudamerica, dove c’è un circuito di narcotraffico ampiamente strutturato e consolidato. Pensate che il guadagno che la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta ricavano dal traffico e dalla vendita delle droghe leggere è di circa 10 miliardi di euro annui, tutti chiaramente percepiti in nero e tutti reinvestiti in altra attività illegali e criminali ed in attività para-legali. In Italia legalizzare le droghe leggere vorrebbe dire, oltre che dare una forte spallata alla criminalità organizzata, far guadagnare allo stato 8 miliardi di euro ogni anno. Vorrebbe dire risparmiare 2 miliardi di euro per la lotta alla repressione. Vorrebbe dire sbloccare la giustizia, che avrebbe più mezzi e più personale per combattere altri reati, quelli che mietono vittime. Vorrebbe dire contribuire a risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri, se si considera che, per colpa della Fini-Giovanardi, un detenuto su tre è in carcere per reati connessi al consumo e allo spaccio di droghe leggere. Senza contare poi che legalizzare la cannabis significherebbe pure offrire, in campo medico, un aiuto per determinate patologie (canco, Parkinson, sclerosi multipla, sla) per le quali si è appurato che la marijuana abbia effetti benefici. E la legalizzazione produrrebbe anche l’effetto di ridurre il consumo: in Olanda, da quando è stato introdotto l’antiproibizionismo, il numero dei consumatori di marijuana si è ridotto di circa il 50%.
E’ una sfida che, per le commistioni tra politica e criminalità organizzata, per i legami che, sempre la politica, ha intessuto con certi ambienti religiosi ed a causa del perbenismo e del bigottismo di pezzi di opinione pubblica, non siamo stati ancora in grado di intraprendere. E’necessario quindi creare opinione attorno a questa questione, e farlo in maniera diversa, più analitica e più concreta di come non lo si sia fatto in questi anni. L’ultima proposta di referendum dei Radicali, che pure aveva raggiunto ad un certo momento un'ingente attenzione mediatica, non è riuscita a superare la soglia minima di firme richieste. Insomma bisognerà rendere questa tematica sempre di meno un taboo, nella consapevolezza che anche da qui, dalla legalizzazione delle droghe leggere, passa la lotta alla criminalità organizzata e la modernità di un paese.

lunedì 9 dicembre 2013

Renzi: l'obbligo di rappresentare la sinistra

Matteo Renzi ha vinto le primarie e da questa mattina è il nuovo segretario del Partito Democratico. E vince con un largo, larghissimo margine di vantaggio rispetto agli altri due sfidanti. Parte del vecchio gruppo dirigente del PD, prima ancora dei Ds e dell’Ulivo, quello che più di diec’anni fa, da Piazza Navona, Nanni Moretti urlava non esser capace di vincere e farci vincere, rimedia una sconfitta sonora. Parte del vecchio gruppo dirigente del Pd, prima ancora dei Ds, della Margherita e dell’Ulivo, quello che più di diec’anni fa, da Piazza Navona, Nanni Moretti urlava non esser capace di vincere e farci vincere, trionfa insieme a Matteo Renzi. E’ un fatto che nell’ampia vittoria del sindaco di Firenze abbia giocato un ruolo importante anche la vecchia nomenclatura, che lo scorso anno sosteneva Bersani e che stavolta non stava solamente con Cuperlo. Il primo compito che ha Renzi, forte di una grande legittimazione popolare, sarà quello di liberarsene.
Pippo Civati non è riuscito a sfondare, nonostante la sua posizione di outsider contrario alle larghe intese. E non ce l’ha fatta, Civati, a ottenere un altro risultato: convincere l’elettorato deluso di sinistra, quello che al Pd ha sempre imputato l’eccessiva timidezza, la moderazione e il poco radicalismo, ad andare a votare per lui. Ma, considerata la mancanza di mezzi, il poco radicamento, considerato che i media, almeno in una fase iniziale, hanno semplificato verso una polarizzazione Renzi-Cuperlo del congresso, e considerato che ci siamo e si sono accorti troppo tardi che Civati, come Renzi, bucasse anche lui lo scherzo, è ugualmente un risultato importante. Un risultato che, a differenza di quello di Cuperlo, può guardare al domani con un po’ di speranza in più.
Nel vedere i dati definitivi, però, sono rimasto piuttosto sorpreso. Mi aspettavo, sinceramente, una percentuale inferiore per il vincitore ed una superiore per i due sconfitti, specie per Cuperlo. Ne ero convinto perché la base del Pd, checché se ne dica, è comunque legata ad una forte e appassionata idea di sinistra, idea cui, per storia personale e percorsi intrapresi, Renzi non è proprio vicino. E quindi, incuriosito, sono andato a guardare i dati regione per regione. Le percentuali più alte, le uniche sopra il 70%, sopra la media nazionale, Renzi le prende in Toscana(78%), Umbria(75%) ed Emilia Romagna(71%), le tre regioni rosse per eccellenza.Difficile pensare che a Livorno, Modena o Bologna siano d’improvviso diventati democristiani o abbiano d’improvviso cominciato a guardare con simpatia a David Serra e alle ricette di Pietro Ichino. Probabilmente il punto è un altro. Da queste primarie emerge con chiarezza la necessità di un cambiamento radicale, la volontà di un popolo di vincere, finalmente e bene, le elezioni. E più di tutti, Matteo Renzi, aiutato in parte dai media e vari gruppi editoriali e in parte dalle sue formidabili doti comunicative, ha saputo convincere di riuscire a realizzare questi obiettivi. Ma, nonostante la sua vittoria, la pancia ed il cuore di questo partito, in una parte considerevole, continua a pensare che Blair sia un modello sbagliato cui ispirarsi, che la crisi dei mercati finanziari è frutto di un modello culturale prima ancora che economico cui dovremmo guardare con distanza e preoccupazione, che la meritocrazia senza uguaglianza non serve a niente e che i partiti sono concepiti per essere dei collettivi dove non prevalga mai la logica dell’uomo solo al comando.
Insomma, chi dice che con ieri la sinistra è finita si sbaglia di grosso. E’vero, in questi anni, la cialtroneria di molti dirigenti l’ha rappresentata malissimo ed è vero pure che Renzi non è, allo stato delle cose, l’uomo ideale per farlo, ma ha l’obbligo, non soltanto di provarci, ma anche di riuscirci. Che mi faccia ricredere.

sabato 7 dicembre 2013

La militanza e il lavavetri

Ci sono serate in cui, a fronte dell’ennesima chiacchierata spesa a parlare del partito, delle prospettive e delle utopie, capiti di interrogarsi sul significato di un percorso che si è deciso da molti anni di intraprendere. Magari questo momento di riflessione coincide pure col giorno in cui hai approntato le ultime modifiche ad un blog in cantiere da molto tempo , e allora decidi che è proprio la serata ideale per scrivere.
Quando rifletto sul senso di questo cammino, sul motivo che mi ha spinto a 16 anni, andando controcorrente, a prendere la mia prima tessera di partito mi viene sempre in mente l’immagine di un lavavetri. Quello che insomma, nella vulgata comune, viene identificato come l’ultimo anello della catena. E penso al lavavetri perché sono convinto che l’aspirazione più grande di chi si occupa della politica debba essere quella di intervenire sull’ultimo anello della catena (e di lì a salire) per restituire alla sua esistenza dignità e speranza.
Penso al lavavetri perché, per quanto possa apparire inflazionata come frase, in fondo è proprio vero che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli puoi costruirne uno migliore per tutti. E la militanza, almeno per la parte per la quale sento di parteggiare, è proprio questo: porsi come obiettivo il realizzare l’ideale della solidarietà, dell’uguaglianza e della tolleranza. E farlo con coraggio, audacia e tenacia, andando avanti sopportando, se necessario, anche mille schiaffi e sconfitte, sacrificando il proprio svago giovanile, le proprie amicizie e i propri affetti. Perché comunque si è convinti che il modo migliore per realizzare la propria felicità sia provare, anche se con un piccolissimo contributo, a realizzare quella degli altri. Nella consapevolezza che la militanza continua, anzi si fa più forte anche quando la parte per la quale senti di parteggiare sembra andare nella direzione opposta all’ideale che vi eravate riproposti di perseguire. Perché si ritiene che rinunciare, senza nemmeno provare ad invertire una tendenza che si reputi sbagliata, voglia dire arrendersi, voglia dire perdere, voglia dire non avere coraggio.
In un periodo per noi così difficile, in cui l’ennesimo congresso della svolta rischia di fare la fine di tutti gli altri congressi, quando capitano serate come questa e quando magari sorge qualche dubbio basta fermarsi un attimo e pensare al lavavetri e ricordarsi dei motivi per i quali si è deciso di cominciare, controcorrente, un viaggio. Fa sempre bene.